Libri e romanzi

Anna Karenina di Lev Tolstoj: perché si legge più facilmente di Guerra e pace

Anna Karenina è il Tolstoj da cui cominciare, e c'è una ragione precisa

Edizione di Anna Karenina di Tolstoj appoggiata su un sedile di treno

Una signora sposata, madre di un bambino, arriva a Mosca per rimettere pace fra il fratello e la cognata, e alla stazione incrocia un ufficiale della guardia. Anna Karenina di Lev Tolstoj, uscito a puntate fra il 1875 e il 1877 e in volume nel 1878, nell'edizione Einaudi tradotta da Claudia Zonghetti supera le mille pagine, ed è il romanzo che quasi tutti conoscono per la storia sbagliata, o meglio per metà della storia. La metà nota è quella di Anna e del conte Vronskij: lei sposata a un alto funzionario, Aleksej Karenin, più vecchio e più freddo di lei; lui giovane, ricco, in attesa di una carriera; fra i due una passione che Pietroburgo osserva e non perdona. L'altra metà, che chi non ha letto il libro ignora e che metà di chi lo ha letto dimentica, è quella di Konstantin Levin, un proprietario terriero che vive in campagna, che si vergogna nei salotti e che chiede in moglie Kitty, la ragazza che aspettava Vronskij. Le due storie non si incrociano quasi mai, e Tolstoj le alterna per tutto il libro: una in città, fra teatri e ricevimenti, l'altra fra contadini, falciature e conti da far tornare. La questione che muove entrambe è la stessa, che cosa sia una vita giusta, e i due protagonisti danno risposte opposte.

Si legge più facilmente di Guerra e pace per tre ragioni verificabili aprendo il libro. La prima è che non ci sono digressioni storiche: Tolstoj qui non interrompe mai per discutere di eserciti o di filosofia della storia, e le riflessioni restano dentro i personaggi, soprattutto dentro Levin, che pensa in continuazione ma lo fa mentre falcia o litiga con il fratello. La seconda è la misura dei capitoli, quasi tutti sotto le cinque pagine, ciascuno con una scena sola e un solo punto di vista, che rende naturale fermarsi e riprendere. La terza è l'alternanza delle due trame, che funziona come una staffetta: quando la vicenda di Anna si fa insostenibile arriva un capitolo di Levin in campagna, e viceversa, e il lettore non resta mai troppo a lungo nello stesso clima. L'incipit è fra i più citati del mondo: "Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo." Si capisce solo alla fine che la frase riguarda tutte e due le storie, e non solo quella di Anna. Il difetto, se è un difetto, è che la parte di Levin nell'ultimo terzo rallenta, con pagine sulla riforma agraria e sui contadini che chi è venuto per Anna trova lunghe: ma sono pagine che si leggono in un'ora e non si saltano, perché è lì che il libro dice quello che pensa.

È il Tolstoj da cui cominciare, per chi non lo ha mai letto e vuole capire perché se ne parla: si finisce in tre o quattro settimane a trenta pagine al giorno, senza elenchi di nomi e senza bisogno di sapere niente della storia russa. Conviene a chi ama i romanzi in cui la vita interiore dei personaggi conta più degli eventi, e a chi ha letto Guerra e pace e si è fermato ai saggi sulla guerra: qui non ce ne sono. Non conviene a chi vuole una storia d'amore e basta, perché metà del libro non lo è e la storia d'amore è la parte più dolorosa; né a chi legge per essere consolato, perché Tolstoj non consola nessuno. Serve attenzione media e niente più: non ci sono nomi da tenere in un elenco, e le due trame si riconoscono dalla prima riga di ogni capitolo, città o campagna. Va preso in un periodo in cui si ha voglia di stare dentro le persone, non dentro i fatti, e con l'avvertenza che, a lettura finita, il personaggio che resta addosso non è quasi mai quello del titolo.

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