Calde le pere di Francesco Guccini: il libro finito poco prima di morire
Guccini ha finito questo libro poco prima di morire, ed esce adesso

Una donna di mezza età attraversa in bicicletta una giornata d'estate gridando il richiamo dei venditori di pere cotte, e da quel grido parte tutto. Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla è uscito per Giunti alla fine di agosto del 2026, novantasei pagine, ed è l'ultimo libro di Francesco Guccini, morto il 6 agosto 2026 a Pàvana, sull'Appennino pistoiese, all'età di ottantasei anni. Ci aveva lavorato fino agli ultimi giorni. Il libro nasce da un brogliaccio, cioè un quaderno di appunti sparsi, che un amico gli aveva segnalato e da cui era stato ricavato anche uno spettacolo di cabaret: dentro c'erano storie raccolte in anni diversi, e Guccini ne ha scelte alcune. Il fiume del sottotitolo è il Reno, e l'ambientazione è Casalecchio, che fra gli anni Trenta e Cinquanta era il luogo dove i bolognesi andavano a passare l'estate, una specie di lido fluviale. La fanciulla è Lisa, detta Lisetta, di cui il narratore dichiara di non conoscere nemmeno il cognome, e la vicenda che la riguarda comincia con un bagno nel fiume. Il tono è quello della novella popolare, con una parte salace di tradizione boccaccesca e una parte tenera, e il narratore si presenta come qualcuno che riferisce cose sentite dire e non garantisce per nessuna. È un espediente antico, quello del manoscritto ritrovato e riferito da terzi, e qui serve a tenere il racconto sospeso fra la cronaca e la leggenda, con qualche eco dei miti classici che affiora dove meno te lo aspetti.
La prosa di Guccini non è un'appendice delle canzoni: l'ha praticata per quasi quarant'anni, dalle Croniche epafàniche del 1989 fino a Tralummescuro, finalista al Campiello nel 2020, passando per i gialli scritti con Loriano Macchiavelli e per i libri più recenti usciti con Giunti, Così eravamo nel 2024 e Romeo e Giulietta 1949 nel 2025. Il filo che li tiene insieme è la conservazione di un lessico: nomi di piante, di attrezzi, di mestieri che nessuno pronuncia più. Anche qui il dialetto entra nel testo senza traduzione e senza note, e va accettato come suono prima che come significato. In una dichiarazione raccolta il 23 luglio dall'editor Paolo Iacuzzi, poche settimane prima di morire, l'autore aveva detto che il Reno è il fiume della mia vita. Novantasei pagine sono poche, e la misura è quella giusta per il materiale: non c'è costruzione romanzesca, ci sono due o tre vicende messe una accanto all'altra con la voce che le lega. Chi cerca la struttura di un romanzo qui non la trova, e il libro non la promette. Quello che c'è è una lingua tenuta insieme fino all'ultimo, e in un testo di questa brevità si sente riga per riga. L'incipit parte come partiva Vola Golondrina, il giallo scritto con Macchiavelli, cioè da una figura che attraversa la scena e sparisce: è un modo di cominciare che l'autore aveva già collaudato e che qui riusa in proprio.
Conviene a chi ha letto gli altri libri di Guccini e ne conosce il registro, perché ritroverà la stessa voce in una forma concentrata. Conviene anche a chi non lo ha mai letto e vuole capire che scrittore fosse senza impegnarsi in trecento pagine: si legge in una sera. Non conviene a chi cerca un romanzo con una trama che avanza, perché la costruzione è quella del racconto orale e procede per digressioni. Non conviene neanche a chi arriva qui aspettandosi un testamento o un bilancio: il libro non parla di sé, parla di un fiume e di storie sentite in osteria, e chi cerca la commozione la porta da fuori. Serve poca attenzione e nessuna preparazione, ma va preso con la disponibilità ad accettare parole che non si capiscono al primo colpo.