Frasi più belle di Cummings: quando l'amore rompe la grammatica
Sei versi brevissimi, ciascuno con la traduzione, per capire perché il poeta scriveva contro la sintassi.

Cummings scriveva il proprio nome in minuscolo e faceva lo stesso con le regole. I versi si spezzano a metà parola, la punteggiatura cade dove non dovrebbe, i verbi diventano sostantivi. Non era un vezzo. Era il modo di far vedere sulla pagina una cosa che la sintassi ordinata non riesce a dire: che il sentimento arriva prima del pensiero che lo ordina. Sei frasi, tutte brevissime, bastano a mostrare come funziona.
since feeling is first
(poiché il sentire viene prima) Quattro parole, e dentro c'è tutta la poetica. Prima di cosa, lo dice il resto della poesia: prima della sintassi, prima dell'ordine con cui si mettono le parole in fila. Cummings sta dicendo che chi presta troppa attenzione alla grammatica delle cose non bacerà mai davvero nessuno.
È un'affermazione che sembra un invito all'impulso e non lo è. Il punto è cronologico, non morale. Il sentimento arriva per primo in ordine di tempo; la lingua arriva dopo, a cercare di sistemarlo. Ogni volta che qualcuno prova a spiegare perché si è innamorato, sta facendo quel lavoro di seconda mano: mettere in ordine una cosa che non è nata ordinata.
Da qui viene tutto il resto della sua scrittura. Le parentesi che si aprono in mezzo a un verso, le maiuscole che spariscono, gli spazi che mancano. Non sono errori decorativi. Sono il tentativo di far arrivare la frase al lettore con la stessa disordinata simultaneità con cui il sentimento arriva a chi lo prova. La grammatica normale mette una cosa dopo l'altra. Il sentire, invece, le porta tutte insieme.
i carry your heart with me
(porto il tuo cuore con me) Sei parole diventate la frase più citata dei matrimoni americani, e questo le ha fatto un danno: a forza di sentirla si smette di guardarla. Vale la pena guardarla.
Il verbo scelto è portare, non custodire, non conservare. Portare è un gesto fisico e faticoso, che presuppone un peso e una distanza da percorrere. Non è un'immagine di possesso ma di trasporto: il cuore dell'altro viaggia insieme a chi lo porta, ovunque vada, anche dove l'altro non c'è.
Nella poesia il verso continua con una parentesi che precisa dove lo porta: dentro il proprio. È una specificazione che sembra ridondante e non lo è, perché sposta l'immagine dal simbolo alla geografia del corpo. Non è un ricordo tenuto in mente. È una cosa collocata da qualche parte, con un suo posto preciso.
Il resto del componimento allarga il campo fino alla luna e alle stelle, e proprio per questo l'attacco funziona: parte da un gesto minimo, quasi domestico, e da lì si espande. L'ordine inverso non avrebbe retto. Cummings costruisce quasi sempre così, dal piccolo verso il grande, e mai il contrario.
nobody, not even the rain, has such small hands
(nessuno, neanche la pioggia, ha mani così piccole) È il verso che chiude una delle sue poesie più note, e chiude con un paragone che non spiega niente.
Provate a sostituirlo con qualcosa di più logico e crolla tutto. La pioggia non ha mani. Ma chi ha visto piovere sa esattamente cosa intende: le dita d'acqua che toccano dappertutto insieme, senza peso, senza appoggiarsi. Il paragone funziona perché il lettore ha già l'immagine, e Cummings non fa altro che nominarla di sbieco.
C'è poi la scelta del confronto per sottrazione. Non dice che quelle mani sono delicate. Dice che nemmeno la cosa più leggera che esista lo è altrettanto. È una figura che i retori chiamano superlativo per esclusione, e ha il vantaggio di non costringere chi legge a immaginare una misura: gli chiede solo di ricordare la pioggia.
Il verso arriva dopo una lunga sequenza sull'incapacità di capire l'altro, sul mistero di ciò che si apre e si chiude senza motivo. Dopo tutta quella dichiarazione di ignoranza, la chiusa è l'unica certezza che il poeta si concede. E riguarda una mano.
may my heart always be open to little birds
(che il mio cuore resti sempre aperto ai piccoli uccelli) È un augurio, forma rara in poesia moderna, e Cummings la usa perché l'augurio ammette la possibilità del fallimento in un modo che l'affermazione non ha.
L'oggetto scelto conta. Non gli uccelli, ma i piccoli uccelli: le creature senza importanza, quelle che non si guardano. Chi resta aperto solo alle cose grandi ha già smesso di guardare, perché le cose grandi si annunciano da sole e non richiedono attenzione. Restare disponibili al minimo è l'esercizio difficile.
Nella stessa poesia l'augurio prosegue con l'idea che chi li insegue sappia di non poterli raggiungere, e sia proprio questo a tenerlo vivo. Il senso è che la ricerca vale più del possesso, e che il momento in cui si smette di inseguire è il momento in cui si comincia a invecchiare davvero, indipendentemente dagli anni.
È forse il verso in cui la sua fama di poeta ingenuo si sfalda meglio. Un ingenuo scriverebbe che il cuore aperto porta la felicità. Cummings scrive che porta a rincorrere qualcosa che non si prenderà mai, e lo chiede come fosse una fortuna.
the eyes of my eyes are opened
(gli occhi dei miei occhi sono aperti) La costruzione è volutamente storta: un genitivo che gira su se stesso e che nessun editor lascerebbe passare.
Ma la stortura fa un lavoro preciso. Dice che esiste un secondo livello di visione dentro il primo, e che quel livello si apre separatamente. Si può avere gli occhi spalancati e i loro occhi ancora chiusi. Chiunque abbia camminato per settimane sulla stessa strada senza vederla, e poi un giorno l'abbia vista, sa che la frase descrive un fatto e non una metafora.
Il verso appartiene a una poesia di ringraziamento, dove la stessa struttura si ripete anche per le orecchie. La ripetizione toglie l'effetto sorpresa e lo trasforma in un principio: ogni senso ne ha uno interno che va risvegliato a parte, e il risveglio non dipende dalla volontà.
Cummings arriva qui per via grammaticale a qualcosa che i mistici dicevano da secoli, e ci arriva senza usare una sola parola religiosa complicata. Sono parole di uso quotidiano montate in un ordine impossibile. È il suo procedimento più costante: non inventare termini nuovi, ma incastrare male quelli vecchi finché non si aprono.
yes is a world
(il sì è un mondo) Tre parole, e un sostantivo grammaticalmente impossibile: un avverbio di affermazione trattato come una cosa che si può abitare.
L'operazione è quella che fa in continuazione. Prende una parola di servizio, di quelle che nella frase non hanno peso proprio, e la promuove a soggetto. Nel farlo la costringe a rivelare quanto contiene. Un sì, se lo si guarda come un luogo, ha un'estensione, dei confini, degli abitanti.
Il verso prosegue precisando che in quel mondo vivono, sapientemente, delle persone. La scelta dell'avverbio è una piccola stoccata: l'intelligenza sta nell'accettare, non nel dubitare. È esattamente il contrario di quello che il Novecento letterario ha ripetuto per decenni, con il suo culto della negazione e del sospetto.
Cummings è stato accusato per questo di essere semplice, e l'accusa ha retto a lungo. Ma tre parole che rendono abitabile una particella affermativa non sono semplici. Sono il risultato di un lavoro che consiste nel togliere tutto quello che si può togliere, e nel fermarsi un attimo prima che la frase smetta di significare.