I fratelli Karamazov di Dostoevskij: da dove cominciare se è il primo
I fratelli Karamazov è l'ultimo Dostoevskij e il più difficile: si affronta per ultimo

In una cittadina di provincia russa un vecchio proprietario terriero, sboccato, avaro e ancora avido di donne, ha tre figli da due mogli, più un quarto, illegittimo, che gli fa da cuoco. I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, pubblicato a puntate fra il 1879 e il 1880, pochi mesi prima della morte dell'autore, nell'edizione Einaudi tradotta da Maria Rosaria Fasanelli supera le mille pagine. Il padre è Fëdor Pavlovič, e i fratelli sono Dmitrij, il maggiore, ufficiale, impulsivo, in lite con lui per un'eredità e per una donna, Grušen'ka, che entrambi vogliono; Ivan, l'intellettuale, tornato da Mosca con un'idea della fede e dell'uomo che espone a chiunque; Alëša, il minore, novizio in un monastero, mite, che tutti usano come confidente; e Smerdjakov, il servo, che nessuno conta. La prima metà del libro presenta la famiglia, il monastero con lo starec Zosima, maestro di Alëša, e i debiti e i rancori che legano tutti a tutti. Poi il padre viene ucciso, e la seconda metà è un'indagine e un processo. La domanda che muove il libro non è chi abbia colpito, che il lettore scopre prima del tribunale, ma chi sia colpevole davvero, se il colpevole sia soltanto chi ha alzato la mano o anche chi lo ha desiderato e lo ha detto.
È il libro in cui Dostoevskij mette tutto quello che ha pensato in una vita, ed è insieme il motivo per cui è il più ricco e il più faticoso dei suoi romanzi. Il ritmo è irregolare: capitoli brevissimi si alternano a blocchi di trenta pagine in cui un personaggio parla da solo, e il lettore che si aspetta il romanzo di famiglia trova, al centro, una vita di santo, la biografia dello starec Zosima, e prima ancora la parte in cui Ivan racconta ad Alëša un poema che ha inventato, la Leggenda del Grande Inquisitore: Cristo torna a Siviglia al tempo dell'Inquisizione, viene arrestato, e il vecchio inquisitore gli spiega perché la Chiesa ha fatto bene a togliere agli uomini la libertà che lui gli aveva dato. Sono una trentina di pagine che molti leggono da sole, e si possono leggere da sole, ma nel libro hanno un peso diverso perché sono la confessione di Ivan e preparano tutto quello che gli succede dopo. La scrittura è quella di Dostoevskij, dialoghi lunghi, gente che entra nelle stanze senza essere annunciata, scene che degenerano; il processo finale, con le arringhe, è fra le cose più lunghe e più tese che abbia scritto. Dove cede è nei primi due libri, con presentazioni che vanno avanti per centocinquanta pagine prima che succeda qualcosa, e in un intero libro dedicato a un gruppo di ragazzini che con la trama principale ha poco a che fare e che il lettore di oggi attraversa con impazienza.
Non è il primo Dostoevskij da leggere, e questa è la sola cosa da sapere prima di comprarlo. Chi comincia da qui trova insieme la lunghezza, le digressioni religiose, i nomi che cambiano da un capitolo all'altro, e in genere si ferma entro la seconda parte. Conviene arrivarci dopo Delitto e castigo, che ha una vicenda sola e insegna a reggere i dialoghi di Dostoevskij, e possibilmente dopo L'idiota, in cui il personaggio del mite, che qui è Alëša, viene provato per la prima volta. A chi ha già fatto questo percorso conviene senza riserve: è il romanzo in cui le domande poste negli altri ricevono una risposta, o l'ammissione che una risposta non c'è. Non conviene a chi cerca un giallo, perché l'indagine è la parte meno interessante e il libro lo dice; né a chi non ha almeno due mesi di lettura regolare davanti, perché le mille pagine non si prestano a essere riprese dopo pause lunghe. Va preso in un periodo di calma, con un blocco per i nomi e senza fretta, e con la consapevolezza che i capitoli sui ragazzini sono la porta verso il finale che Dostoevskij non ha fatto in tempo a scrivere.