Libri e romanzi

Grazia Deledda ha vinto il Nobel nel 1926 e in Italia quasi nessuno la considerava una scrittrice seria

I giudizi ostili sono documentati per iscritto sui giornali e sulle riviste del 1926 e 1927

Paesaggio della Sardegna interna con muretti a secco e colline brulle

Nel dicembre del 1926 il Nobel per la letteratura viene assegnato a Grazia Deledda, scrittrice sarda di cinquantacinque anni, seconda donna a riceverlo dopo Selma Lagerlöf. In Italia la notizia viene accolta con imbarazzo. Buona parte della critica letteraria dell'epoca non la considerava una scrittrice di primo piano, la sua lingua veniva giudicata provinciale e sgrammaticata, e la sua materia, cioè la vita dei paesi della Sardegna interna, sembrava un residuo ottocentesco. Deledda aveva lasciato la scuola dopo la quarta elementare e si era formata da sola. Il premio arrivò da Stoccolma. Il riconoscimento in patria non arrivò per decenni.

Come è andata davvero

La formazione è documentata. Grazia Deledda nasce a Nuoro nel 1871 in una famiglia benestante ma di cultura tradizionale, dove non si riteneva necessario che le figlie studiassero oltre le prime classi. Frequenta la scuola elementare fino alla quarta e riceve poi qualche lezione privata di italiano. Il resto sono letture personali, compiute su quello che riusciva a procurarsi.

Comincia a pubblicare giovanissima, inviando racconti a riviste, alcune delle quali di moda, e la cosa suscita nel paese disapprovazione: scrivere e farsi leggere da sconosciuti era considerato sconveniente per una ragazza. Continua comunque, e nel 1900 si trasferisce a Roma dopo il matrimonio.

La produzione è ampia: decine di romanzi e centinaia di racconti fra la fine dell'Ottocento e gli anni trenta. È documentato che avesse un pubblico consistente, anche all'estero, e che fosse tradotta.

Il Nobel le viene attribuito per l'anno 1926 e consegnato nel 1927. La reazione italiana è documentabile sui giornali dell'epoca: accanto alle congratulazioni ufficiali comparvero commenti tiepidi e alcuni apertamente ostili, e diversi critici di rilievo mantennero il proprio giudizio negativo. Muore nel 1936.

Perché lo ha fatto

Sulla lingua Deledda si è spiegata poco, ma quanto basta. In lettere e dichiarazioni ha sostenuto di scrivere come le veniva e di voler rendere un mondo con le parole che quel mondo usava, senza trasporlo in un italiano che lo avrebbe reso irriconoscibile.

Le critiche che riceveva riguardavano proprio questo: costruzioni sintattiche influenzate dal sardo, uso di termini locali, un italiano che non corrispondeva alla norma letteraria. Chi la difendeva osservava che quella lingua rifletteva l'oggetto del racconto. Chi la attaccava sosteneva che si trattasse di semplice incompetenza, dovuta alla mancanza di studi regolari.

Il giudizio negativo italiano ha però anche una componente che vale la pena nominare. La letteratura che contava si faceva nelle città del centro e del nord, e un'autrice sarda, donna, autodidatta, che raccontava pastori e contadini, era fuori da ogni circuito di riconoscimento. Chi ha sostenuto questa lettura la fonda sulla documentazione dei giudizi dell'epoca, che spesso mettono insieme rilievi tecnici e osservazioni sulla sua provenienza.

La rivalutazione è arrivata a partire dalla seconda metà del Novecento, con studi che hanno riletto la sua lingua come scelta e non come difetto.

Che cosa cambia leggendolo

Chi apre oggi un romanzo di Deledda incontra subito la lingua contestata. Le frasi seguono un andamento che non è quello della prosa italiana coeva: la posizione del verbo cambia, alcune preposizioni sono usate in modo inatteso, e ricorrono termini che appartengono alla vita materiale della Sardegna, oggetti, piante, riti, per i quali non esiste equivalente.

Il secondo elemento è la costruzione del racconto attorno alla colpa. Nei suoi romanzi maggiori la vicenda parte quasi sempre da un atto compiuto e nascosto, e prosegue con le conseguenze che quell'atto produce sulle persone e sulla comunità. Non c'è redenzione, e l'ambiente esercita una pressione che i personaggi non riescono a superare.

Il terzo è il paesaggio, che non fa da sfondo. Le descrizioni della Barbagia occupano spazio e determinano la vicenda: le distanze, il vento, il caldo, i mesi in cui non si può viaggiare. È una precisione che deriva dalla conoscenza diretta e che nessuna documentazione letteraria potrebbe produrre.

Chi vuole misurare la distanza fra il giudizio dell'epoca e la lettura di oggi può leggere il romanzo del 1913 sulla vicenda di una famiglia nobile decaduta e osservare quante volte la lingua faccia esattamente quello che le si rimproverava, e con quale effetto.

Che cosa si perde

La scelta linguistica ha un costo che i suoi critici non inventarono del tutto. In una produzione tanto vasta, con romanzi scritti in serie e destinati anche alla pubblicazione a puntate, si trovano pagine costruite con formule ripetute, personaggi che tornano uguali da un libro all'altro, e soluzioni narrative rapide. Non tutto il suo lavoro sta allo stesso livello.

C'è poi un costo che riguarda la ricezione. La lunga esclusione dal canone italiano ha prodotto un effetto che dura: Deledda viene ancora presentata prima come caso, la sarda autodidatta premiata a Stoccolma, e poi come autrice. La biografia ha coperto i libri, e la sua opera resta poco letta anche da chi conosce benissimo il suo nome.

Da dove viene questa storia

Le motivazioni dell'Accademia di Svezia per il 1926 sono pubbliche e consultabili. La reazione italiana è ricostruibile dai quotidiani e dalle riviste letterarie del 1926 e 1927, dove i giudizi ostili sono documentati per iscritto. Le lettere della scrittrice, raccolte in volume, contengono le sue osservazioni sulla propria formazione e sulla lingua. Gli studi condotti dagli anni sessanta in avanti hanno riletto quell'uso linguistico. Resta incerto quanto della sua istruzione privata sia stato effettivamente sistematico, perché le testimonianze divergono.

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