Libri e romanzi

Il nome della rosa di Umberto Eco: il romanzo che nessuno voleva pubblicare

Il nome della rosa doveva essere illeggibile: ha venduto cinquanta milioni di copie

Scaffali di una biblioteca antica con volumi rilegati in pelle

Novembre 1327, un'abbazia benedettina sulle montagne dell'Italia settentrionale. Arrivano un frate francescano inglese, Guglielmo da Baskerville, ex inquisitore che ha smesso di fare l'inquisitore, e il giovane novizio che lo accompagna, Adso da Melk, il quale racconta la storia da vecchio, molti anni dopo. Dovrebbero preparare un incontro fra delegazioni in conflitto sulla povertà della Chiesa, questione che allora poteva costare la vita. Trovano invece un monaco morto ai piedi di un dirupo, e l'abate chiede a Guglielmo di capire come sia successo. Nei giorni seguenti muore un secondo monaco, poi un terzo, e tutti hanno a che fare con la biblioteca dell'abbazia, un edificio a cui nessuno può accedere tranne il bibliotecario, costruito come un labirinto e organizzato in modo che i libri proibiti restino irraggiungibili. Il nome della rosa di Umberto Eco è uscito per Bompiani nel 1980, sfiora le cinquecento pagine ed era il primo romanzo di un professore di semiotica che ne aveva quasi cinquanta. Doveva essere un libro per pochi. È diventato uno dei romanzi italiani più venduti nel mondo e ha imposto un modello che poi hanno seguito in molti. L'autore lo aveva scritto senza aspettarsi lettori, come racconta lui stesso nelle pagine che aggiunse anni dopo per spiegare come era nato.

Le prime cento pagine sono la parte difficile, e conviene saperlo prima di cominciare. C'è la descrizione minuziosa del portale della chiesa, ci sono le questioni teologiche discusse fra i monaci, ci sono nomi latini e ordini religiosi che si somigliano. Eco lo aveva dichiarato apertamente: quelle pagine servono a selezionare il lettore e a farlo entrare nel ritmo di un altro secolo, e chi le supera è dentro. Da lì il libro cambia passo e diventa una macchina narrativa precisa, scandita in sette giorni e nelle ore della liturgia, con un'indagine che procede per deduzioni e una tensione che cresce fino alla fine. Le frasi in latino non bloccano: sono quasi sempre citazioni o formule il cui senso si ricava dal contesto, e saltarle non toglie nulla alla comprensione della trama. Il libro apre come aprirebbe un romanzo dell'Ottocento, Era una bella mattina di fine novembre, e quella scelta dice già che sotto l'apparato colto c'è un narratore che vuole raccontare una storia. Il difetto è dove ci si aspetta: le pagine dedicate alle dispute dottrinali sono più lunghe di quanto la vicenda richieda, e chi legge per il giallo le attraverserà con impazienza. In compenso il libro fa una cosa che pochi romanzi storici riescono a fare: non traduce il Medioevo in termini moderni. I monaci discutono di quello di cui allora si discuteva davvero, con le categorie che avevano, e il lettore è costretto a entrare in un modo di ragionare invece di guardarlo da fuori. È faticoso e produce l'unica ricostruzione d'epoca che, in questo genere, si ricordi davvero.

Conviene a chi ha voglia di un romanzo che chieda attenzione per le prime giornate di lettura e poi la ricompensi, e a chi trova interessante il Medioevo come luogo dove si discuteva di cose che contavano. Conviene anche a chi non sa niente di storia della Chiesa: il libro spiega quello che serve, purché si accetti di non capire ogni riferimento. Non conviene a chi cerca un giallo veloce, perché il ritmo dell'indagine è dilatato e a chi vuole solo sapere chi è stato l'attesa risulterà lunga. Non conviene nemmeno come lettura frammentata: la struttura per giornate funziona se si legge almeno un blocco per volta. Chi ha visto il film e cerca lo stesso racconto troverà un altro libro: il film conserva la vicenda dell'indagine e taglia quasi tutto il resto, cioè la parte in cui Adso ragiona, i lunghi dialoghi e la questione dei libri, che è poi il centro. Vale il contrario anche per chi il film lo ha amato, e proprio per questo il romanzo ha ancora qualcosa da dargli. Chi legge lentamente metta in conto due o tre settimane, che è meno di quanto lo spessore lasci temere.

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